Scrive Giommi nella prefazione italiana al libro “Mindfulness: al di là dela pensiero, attraverso il pensiero” che il senso della pratica mindfulness è indicato nel significato stesso della parola : “la consapevolezza che emerge attraverso il prestare attenzione allo svolgere dell’esperienza momento per momento: con intenzione, nel presente, in modo non giudicante” (Giommi 2006, p.11).
Essa si discosta dalle tecniche di auto-osservazione in quanto è “una esperienza non concettuale e non linguistica… la possibilità di una forma di conoscenza che ha la qualità del vedere”. Si discosta dalla prospettiva cognitivista in quanto non prescrive una modificazione cognitiva: non si tratta di cambiare gli schemi di pensiero, il sistema di credenze o altro ma “il rimanere semplicemente presenti a ciò che c’è così com’è, senza reagire, senza pressione a cambiare ciò che è o a modificare il senso di ciò che sperimentiamo” (ib., pag. 21). Inoltre il trattamento mindfulness prevede una pratica periodica in cui esercizi di attenzione a input propriocettivi e ambientali permette un “ancoraggio” al “qui e ora”. In ultimo, secondo gli autori, l’efficacia clinica della mindfulness ha a che fare con gli aspetti di “automaticità” connessi alla psicopatologia.
Il merito della mindfulness mi sembra proprio quello di aver individuato una nozione di consapevolezza che non sia di “meta-livello”, nella quale cioè il soggetto osserva sè stesso mentre fa l’esperienza, ma una consapevolezza “dall’interno”. Ma, continua Giommi, questa pratica “si rivolge più al funzionamento della mente in quanto tale … che non ai contenuti dell’esperienza” (ib p.21) e cioè è consapevolezza di una esperienza e di un modo di funzionare che “non è di nessuno”. E’ come se il soggetto acquisisse la consapevolezza della mente-in-generale: una mente (per esempio: del depresso) che rimugina, che critica, che è attraversata da sentimenti e sensazioni spiacevoli, una mente che più tenta di risolvere questi problemi è più se ne crea. Quindi, consapevolezza di una mente-in-generale rispetto a consapevolezza di sè, del proprio vissuto, del proprio significato.
Inoltre, Giommi (ib., p.21) critica esplicitamente il metodo auto-osservativo di Guidano (1993), in quanto è un riordinamento a posteriori del significato dell’esperienza, e critica la premessa ontologica secondo cui “ siamo sempre come sentiamo di essere”. Egli afferma che per la mindfulness vale esattamente il contrario e, cioè, che lo stato ordinario di identificazione col proprio fluire di pattern di pensieri e emozioni non è necessario. Ma, verrebe da chiedere, identificazione di chi?
In conclusione afferma che la consapevolezza-mindfulness fornisce un “luogo” in cui è possibile osservare nel qui-e-ora le proprie sensazioni e emozioni che non coincide con quelle stesse emozioni-sensazioni. Smentendo così quanto ho appena affermato rispetto alla mindfulness come consapevolezza non-di-metalivello: ma queste mi sembrano siano sue particolari osservazioni e non quelle del libro di Segal, Williams & Teasdale (2006). In ultimo, rispetto al “luogo” di cui parla Giommi (che ho sopra riportato) termino con una citazione: “Non includendo noi stessi nella riflessione, eseguiamo solo una riflessione parziale, e la nostra domanda si disincarna; essa cerca di esprimere, per usare le parole del filosofo T. Nagel, uno sguardo da nessun luogo” (Varela , Thompson, & Rosch 1991, p.52)
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Guidano V.F. (1993). Il sè nel suo divenire. Boringhieri, Torino.
Giommi F. (2006). Introduzione: aldi là del pensiero, attraverso il pensiero in Segal Z.V., Williams J.M.G., Teasdale J.D. (2006).
Segal Z.V., Williams J.M.G., Teasdale J.D. (2006). Mindfulness: al di là dela pensiero, attraverso il pensiero. Boringhieri, Torino.
Varela F. J., Thompson E. & Rosch E.( ) . La via di mezzo della conoscienza: le scienze cognitive alla prova dell’esperienza. Feltrinelli, Milano.

