Dall’articolo di oggi (12-03-09) su La Repubblica Salute (pag 38): “I medici non ascoltano”.
<< Chi ha visto il film, sicuramente ricorda quello che Nanni Moretti dice a conclusione dell’episodio di “Caro diario” dedicato alla malattia: “Una cosa però l’ho imparata da tutta questa vicenda, no anzi due. La prima è che i medici sanno parlare, però non sanno ascoltare… La seconda è che la mattina prima della colazione fa bene bere un bicchier d’acqua”.>>
<< Si chiama medicina narrativa, ed è una disciplina relativamente giovane. È quella che presta ascolto al paziente, è attenta alla narrazione della malattia, all’esperienza soggettiva>>
Alfredo Zuppiroli, cardiologo, afferma: “La narrazione aiuta colui che ha una malattia a fare ordine, a dare un senso alle esperienze, a collocarle a livello spazio-temporale, divenendo terapeutica e, allo stesso tempo, aiuta il curante a conoscere la persona che ha davanti per costruire percorsi di cura condivisi”.
Sottolinea Aldo Pagni, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici: “In una relazione non più paternalistica dobbiamo imparare ad attribuire importanza ai sentimenti del malato, alle sue idee ed interpretazioni relative al malessere che l’affligge, alle aspettative e ai desideri che lo animano ed al contesto familiare, sociale e lavorativo nel quale vive, non per una condiscendente disponibilità all’ascolto, ma perché anch’essi oggi più di ieri sono costitutivi del “significato” di una malattia, e insieme garanzia dell’aderenza del paziente alla terapia consigliata…”
<< La medicina narrativa (NBM, Narrative based medicine) nasce in Usa, in particolare ad opera della Harvard Medicai School. Punti di riferimento fondamentali sono i due psichiatri e antropologi Arthur Kleinman e Byron Good. il termine inizia ad essere usato in ambito medico alla fine degli anni ‘90. La Medicina narrativa ha una specifica applicazione in sanità, in particolare per la valutazone e il miglioramento della qualità delle cure e dell’approprìatezza dei servizi. L’innovazione dell’approccio consiste, nell’ottica dell’alleanza terapeutica, nel considerare la malattia sia come “disease” (entità patologica intesa in senso biomedico) sia come “illness” (esperienza soggettiva che la persona fa dello star male). Si fonda sula raccolta di materiali differenti (interviste, diari, biografie, racconti), che aiutano a contestualizzare e interpretare il vissuto della malattia. Si integra con la Evidence Base Medicine, EBM, la Medicina basata sull’evidenza scientifica.>>
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Articolo interessante, ma il linK non funziona..